I piaceri della distrazione

Molte delle “droghe” che usiamo per sentirci meglio non sono delle sostanze. Molti di noi diventano schiavi di qualche attività perché aiuta a distrarsi dai pensieri e dagli stati d’animo spiacevoli: per esempio navigare in internet, fare shopping, o consolarsi davanti alla televisione o col cibo.
Nel tempo spesso sviluppiamo tolleranza nei confronti delle nostre distrazioni: abbiamo bisogno di dosi sempre maggiori perché funzionino. Tendiamo ad abituarci ad un dato livello di stimolazione e ce ne serve sempre di più per distrarci dai contenuti della nostra mente.

Terapia vs misticismo

Con l’ACT non stiamo cercando di creare un’esperienza mistica. Se facessimo una pratica prolungata di mindfulness, potremmo stare nello spazio del sé-come-contesto per periodi più lunghi, ma non è necessario nella terapia. La maggior parte di noi darà solo una breve “occhiata” a questo spazio, e poi sarà catturata velocemente dai propri pensieri. Ma ciò è sufficiente, perché ci permette di attingere ad una nostra potente risorsa psicologica, da cui osservare e fare spazio ai nostri pensieri e sentimenti dolorosi. Inoltre, grazie a questo spazio psicologico, diventiamo liberi di scegliere consapevolmente le nostre azioni.

“Ora per un minuto proviamo a non pensare ad un elefante rosa.” (Lakoff)

Questo esercizio è un esempio celebre di un ordine al quale il destinatario del messaggio disobbedisce involontariamente non appena lo riceve, perché è impossibile non raffigurarsi un elefante rosa nel momento in cui viene evocato dalle parole, anche se quest’ultime contengono l’esplicita ingiunzione a non farlo. Le parole possono evocare immagini mentali esattamente opposte a quelle programmate dalla struttura grammaticale nella quale sono incasellate.
Se siamo ossessionati da pensieri negativi, dunque, la soluzione non è certo cercare di non pensarci…

La disponibilità non è “volere”

Essere accettante e disponibile vuol dire rispondere di sì all’universo di esperienze private vissute nel momento presente.
La disponibilità non è una questione di “volere”: se significasse volere, nessuno sarebbe disponibile ad avere dolore. Una persona con un disturbo d’ansia non salterà mai giù dal letto la mattina dicendo: “Ehi, mi manca il mio attacco di panico!”.

L’accettazione non è rassegnazione

Una connotazione infelice del termine “accettazione” si riferisce all’arrendersi. Intendiamo l’opposto: il cambiamento viene rafforzato dall’accoglimento del momento presente e dall’accettazione di ciò che accade nel processo di cambiamento stesso. Consideriamo una situazione in cui un donna subisce violenza domestica. Qui accettazione significa accettare il doloroso fatto che se non si farà nulla è molto probabile che l’abuso si ripeterà ancora. Può voler dire riconoscere l’impatto emotivo tossico dell’abuso e la penosa distanza esistente tra il rispetto desiderato e ciò che c’è nel presente. Può significare affrontare i pensieri terribili relativi al termine o al cambiamento radicale di una relazione impossibile.

Diversità e collettività

Il terapeuta ACT rispetta e promuove anche la diversità umana e risponde in modo personalizzato al contesto sociale presentato da ciascuna persona; prende il tempo per vedere il mondo attraverso gli occhi del paziente. La flessibilità psicologica promossa nella sessione di terapia include l’aver cura della diversità e della prosocialità.

Consapevolezza costante

Fondamentale nella terapia è la consapevolezza di sé, che è strettamente collegata ad un’esistenza psicologicamente vitale. Rabbia, ansia o tristezza sono abbastanza diverse dal punto di vista delle storie che le hanno generate, ma in ognuna di esse sono simili le implicazioni sociali e psicologiche.
La base per il sé come costante consapevolezza è una descrizione verbale di ciò che avviene nel momento presente. Gli skinneriani chiamano questa descrizione “tact”. Il sé concettualizzato si realizza integrando osservazioni e descrizioni in una storia di sé valutativa. Con gli interventi ACT si favorisce, invece, il sé come processo, basato su semplici azioni relazionali il cui fulcro è accorgersi di ciò che è presente, senza fusione cognitiva.
La capacità di imparare a descrivere quello che si sente o si pensa può essere facilmente compromessa da ambienti emotivamente impoveriti o da ambienti sociali disfunzionali, o da ambienti che incoraggiano l’evitamento esperienziale in modo tale che l’individuo ha dei contatti distorti con le proprie esperienze difficili.